La Recensione Domandata – Davys ci racconta “This is where I leave you”

Recentemente è stato pubblicato “This is where I leave you” album molto interessante di Davys, al secolo Jacopo Cislaghi, che, dopo sette anni con The Red Rooster, ha deciso di lanciarsi nella carriera solista con un album dalle forti sonorità britanniche e un chiaro mood internazionale. Lui stesso lo definisce come un album pop, fatto di canzoni, con un lato A e un lato B, come si faceva una volta.

Egle Taccia lo ha incontrato per la recensione domandata.

Cosa ti ha spinto verso la carriera solista?

È stata la naturale direzione del progetto a portarmi verso la carriera solista. Il disco è stato scritto in due momenti ben distinti, la parte lirica completamente da solo lontano dall’Italia, la musica è stata scritta invece con l’aiuto di amici e musicisti. Quando abbiamo deciso di smettere di suonare come The Red Roosters, avevo questi pezzi che volevo pubblicare e allo stesso tempo volevo continuare a suonare con gli stessi ragazzi con cui lo avevo fatto per anni, ma avevamo tutti altri progetti, alcuni anche lontani dall’Italia e non solo legati alla musica. A quel punto ho deciso che Davys sarebbe stato un solista che, quando può, è supportato da una band nei live.

Hai vissuto per qualche mese in Olanda. Questo periodo fuori dall’Italia ti ha fatto scoprire nuovi suoni?

La ricerca musicale è imprescindibile per chiunque voglia fare musica, che si viva in cameretta a casa dei genitori in un paese sperduto della provincia italiana o che si viva in una grande metropoli europea con una fervente scena musicale. In Olanda ho avuto la possibilità di vedere live molti artisti che già conoscevo e che non avrei mai potuto vedere in Italia perché poco conosciuti, ma ho anche avvicinato il mondo dell’elettronica che prima avevo sempre ignorato.

L’album ha un respiro internazionale. Quali sono stati i tuoi riferimenti musicali?

Band come The National, The War on Drugs, Wilco, Wolf Parade e Grizzly Bear sono quelle che ho ascoltato di più durante la stesura dei brani, con una forte influenza di rock americano (anche se mi dicono che anche questa volta sono finito a scrivere un disco brit) che però si lascia abbracciare da atmosfere eteree fatte di sintetizzatori, tastiere e chitarre che si intrecciano. Non ho dimenticato però i grandi maestri che hanno lasciato un solco profondo nella mia vita di ascoltatore: nei testi ci sono tanti riferimenti a Morrissey e a Tom Petty, per esempio.

“This is where I leave you” è un titolo molto significativo. Rappresenta un punto di arrivo o di partenza?

Credo di averlo pensato inizialmente come un punto di arrivo, ero stanco di quello che era il passato e volevo raccontarlo. Quando però il disco è stato terminato ho ripensato con un sorriso a quello che mi ha spinto a scrivere l’album, contento di averlo vissuto e felice di poter ripartire con questo lavoro.

 Leave può avere molteplici significati. Può essere inteso come lasciare, ma anche come partire. Pensi che per partire sereni bisogna lasciarsi tutto alle spalle?

Per partire sereni bisognerebbe lasciarsi tutto alle spalle, sì. Io però non sono capace, rimugino continuamente sul passato ed è per questo che ho iniziato a scrivere “This is where I leave you”. Forse è andata bene così.

Parlaci dei suoni che hai scelto per il disco. C’è il tuo passato, ma anche tante novità…

Si, è vero, c’è tanto del mio passato: in fondo, reinventarsi completamente è un’impresa che può risultare molto più impegnativa di quanto uno potesse inizialmente immaginare. Le novità ho provato a portarle in fase di arrangiamento, con l’aiuto di musicisti di cui mi fido ciecamente, cercando però di non esagerare in altre direzioni e lasciando un suono pop ben delineato.

Prendendo spunto da uno dei brani del disco, alla fine sei riuscito a trovare la tua strada?

Credo di sì, Davys è un progetto molto onesto per cui mi sono messo a nudo e che mi ha riempito di responsabilità, non potendo più spartirle con altri componenti della band. Sono contento di buttarmi in un’esperienza così avvolgente come la carriera solista. Se il lavoro pagherà i suoi frutti saprò dirtelo tra qualche tempo…

E adesso la domanda che dà il titolo alla rubrica. Se fossi chiamato a recensire il tuo album, quali aspetti metteresti in luce?

This Is Where I Leave You è un album pop e non trovo altre definizioni più azzeccate. È un album pop perché composto da brani che sono canzoni, fatte e finite, dalla prima all’ultima nota, completamente indipendenti dall’arrangiamento. Quando si ha per le mani una base di partenza di questo tipo, la parte più difficile è appunto l’arrangiamento: cercare di amalgamare le melodie a un insieme sonoro che sia allo stesso tempo originale, fresco e coerente per tutta la durata del disco. Io sono fermamente convinto che questo LP abbia una storia unica, nonostante le canzoni siano 10, alcune delle quali peraltro molto differenti tra loro. Il Lato A ha la sua anima, il Lato B ne ha un’altra, ma insieme sono complementari. Questo è l’aspetto del disco che più mi rende orgoglioso del lavoro svolto.

Recensione Domandata a cura di Egle Taccia

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