Giuradei, Radio Pop e le Orecchie del Coniglio: recensione del live

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Avevamo voglia di perderci. Per questo venerdì sera siamo andati ad ascoltarlo, Ettore Giuradei, all’Auditorium Demetrio Stratos di Radio Popolare. Perché la sua musica è di quelle che ti allungano le orecchie come un coniglio, ma poi ti attraversano anche gli occhi, e lui, invitandoti “a un banchetto di vino e carne” (“Era che così”), capita che trascini via nell’incanto onirico o nell’incubo, ma con la leggerezza del pianoforte e dei violini. Per questo eravamo curiosi, e attendevamo contenti la pubblicazione del nuovo lavoro del musicista e compositore bresciano, che si chiama proprio “Giuradei”, come lui e suo fratello Marco, da sempre complice del “fattaccio”. In uscita per Picicca Dischi questo lunedì 11 febbraio, il quarto disco della band si avvale della collaborazione di Alessandro Pedretti alla batteria, Nicola Panteghini alla chitarra elettrica e Giulio Corini al basso , oltre che della partecipazione di numerosi altri musicisti, tra cui Depedro dei Calexico, alla chitarra in Senza di noi. Venerdì sera. La sala dell’Auditorium di Radio Pop è gremita di gente che aspetta che Ettore, già sul palco, finisca l’intervista in diretta per il network, e incominci il concerto. Notiamo cheha un fare per nulla ammiccante o vanitoso, ma tratta il suo lavoro come un artigiano il legno che ha modellato, e fa sorridere quel po’ di timidezza che traspare da come si muove. Quando il piano che introduce il primo pezzo dell’album incrementa progressivamente il suo ritmo, capiamo di trovarci di fronte a un concerto rock, e che l’urgenza di temi più attuali e politici fa il verso a sonorità decisamente più graffianti rispetto al passato. Le dieci canzoni di “Giuradei” hanno smesso di inerpicarsi per stradine tortuose e avvincenti, e vagano attraversando la realtà, alla quale danno una lettura più cruda, ma senza mai perderne in capacità evocativa. Non da poco. Un sound più semplice, che non ha bisogno di procedere per stacchi temporali e virtuosismi strumentali, ma esiste perché ci sono i papalagi, i bianchi coloni e corruttori della terra di Samoa; “questa scuola di coglioni” che “fanno anche i professori/ e non scopano abbastanza. Oppure esiste perché deve riconoscere una verità che, per quanto chiara, succede che riesca a nascondersi pure dietro a una corda di violino; “è la tristezza che ci nasconde/ perle coperte di polvere” (La Tristezza). Bello anche l’incipit di Mi dispiace amore mio, dove sonorità da cabaret corrono dietro a rumorose incursioni elettriche, in un legame molto veloce. Insomma, le orecchie del coniglio che esce dal cilindro non ci sono più. Ma le nostre, di orecchie, sono rimaste lunghe per tutto il concerto. E pure tutto il resto se l’è vista bene. Ascoltatelo!

Margherita D’Andrea