Il Rumore della Tregua: “Canzoni di festa: riti che si ripetono sempre uguali ma diversi.” – intervista

Eravamo in molti ad aspettare il nuovo lavoro discografico dei milanesi Il Rumore della Tregua. 
Dopo tre anni dall’EP Radici e quattro dall’album Una trincea nel mare è uscito finalmente Canzoni di Festa, un disco dallo spirito analogico, caldo e oscuro in cui la band definisce il proprio stile, collocabile da qualche parte fra il profondo west americano e il cantautorato italiano degli anni Settanta. 

Per l’occasione abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Federico Anelli – voce, chitarra acustica e autore dei testi.

 Visto il risultato, così maturo e totalizzante, è valsa la pena di aspettare. 

di Eleonora Montesanti

Canzoni di Festa, il vostro secondo disco, è uscito dopo quattro anni da Una Trincea nel Mare (album che personalmente ho amato tanto quanto questo e che continuo a sentire come molto attuale). C’è un legame fra i due dischi? E quali sono invece le differenze sostanziali?
Intanto grazie per l’apprezzamento! Sicuramente ci sono dei legami per quanto riguarda la componente narrativa dei testi. Anche qui – come già in Una Trincea nel Mare – abbiamo voluto soprattutto raccontare storie. Trovo che entrambi siano dischi di “genere”, che pescano da immaginari abbastanza precisi (l’America principalmente), rielaborati poi alla nostra maniera. La differenza sostanziale sta invece nel grado di consapevolezza con cui li abbiamo appunto rielaborati, soprattutto per quanto riguarda il sound. Oltre alla volontà di scrivere delle melodie più a fuoco e più efficaci.

L’album è stato prodotto insieme a Giuliano Dottori, registrato in Toscana con David Ragghianti e mixato da Antonio Cooper Cupertino. Tre personalità con un’esperienza e una personalità artistica molto forti. Come è stato lavorare con loro? Quali sono stati gli insegnamenti più significativi che avete appreso?
Tutto è partito da Giuliano, che ha prodotto e registrato il disco. L’idea di andare a inciderlo in Toscana da David è stata sua ed è stata una delle cose migliori che ci potesse capitare. In primis per l’ospitalità e i manicaretti di David, poi perché non ci era mai capitato di andare in ritiro spirituale per lavorare a un album, e penso che la cosa abbia influito molto sulle atmosfere dei pezzi. Con Giuliano ci siamo trovati subito bene sia umanamente che musicalmente, ha colto al volo i nostri riferimenti e ci ha traghettati nella direzione che avevamo in mente. Poi Cooper in fase di mix ha dato colore e calore al tutto. Il sound di un disco dipende tantissimo dalle persone che ci lavorano e dalla loro attitudine, in questo senso siamo stati sicuramente fortunati.

C’è un contrasto evidente fra il titolo, Canzoni di Festa, e il contenuto dell’album, sia a livello stilistico sia narrativo. In realtà il contrasto è già palpabile dalla copertina, come se l’aspetto della festa su cui vi soffermate fosse il sacrificio, o la ritualità. In sostanza, come mai avete scelto questo titolo?
Per varie ragioni. La prima, molto semplicemente, è che si tratta di un disco di canzoni. E per noi è molto importante questo aspetto. Credo che la “canzone” sia qualcosa di sacro, che si coltiva negli anni, un rito che si ripete ogni volta uguale ma diverso e nel quale, col tempo, impari a far convivere sempre meglio – o almeno si spera – gli aspetti più istintivi e quelli più razionali. E in questo disco ci siamo dedicati più che mai a questo rito, le canzoni sono state il fulcro di tutto. La seconda ragione è il lato più ironico, perché, come si può facilmente notare, qui di festoso c’è ben poco, se non forse una morbida malinconia da festa di paese. Mi viene in mente Canzoni d’amore di De Gregori, dove di canzoni d’amore ce ne sono forse due. Sulla copertina hai già detto tutto tu: per qualcuno che prepara la festa, qualcun altro finisce sul vassoio del banchetto.

I personaggi che abitano e vivono nelle vostre canzoni sono quasi sempre degli outsiders che vivono ai margini della società. Ed è come se nelle vostre canzoni trovassero una seconda occasione, o quantomeno la possibilità di raccontarsi. Come vi sentite a vestire i loro panni?
Sì, diciamo la possibilità di raccontarsi o, meglio, di raccontarli. Ci hanno sempre affascinato gli outsider e parlo degli outsider veri, quelli che non possono fare altro che rimanere costantemente in quella condizione perché è la loro natura. Non c’è nulla di realmente epico nel vivere da outsider, l’epicità gliela può conferire solo un occhio esterno attraverso, ad esempio, un racconto o una canzone.

In un periodo storico in cui, purtroppo, ci si dimentica troppo spesso che tutti quanti su questo pianeta siamo esseri umani, quanto è importante raccontare storie?
Per noi è fondamentale. Attraverso le storie di altri possiamo raccontare anche la nostra visione del mondo. Sono un espediente narrativo a cui siamo molto legati e che credo si sposi bene con il nostro mondo sonoro. In questo modo abbiamo creato nel tempo una sorta di microcosmo all’interno del quale si muovono un po’ tutti i personaggi che abbiamo raccontato nelle nostre canzoni. E questa cosa personalmente mi fa piacere perché dà un ulteriore senso al progetto.


Per quel che riguarda invece le atmosfere musicali del disco, sicuramente rimandano a un immaginario onirico un po’ fuori dal tempo, ma localizzabile da qualche parte in un deserto dell’estremo west americano. Voi vi ci sentite a casa?

Ci sentiamo a casa pur non essendoci mai stati, un po’ come Salgari e la Malesia. Però è un sound che abbiamo assimilato negli anni e che abbiamo rielaborato a modo nostro. Non siamo americani quindi non potremo mai suonare come loro, la nostra idea è quella di fondere quell’immaginario con le nostre radici musicali, che sono ovviamente  italiane. Per quanto riguarda la componente onirica mi fa molto piacere che tu l’abbia colta, perché ci abbiamo lavorato molto. Questo lato, che possiamo anche definire “psichedelico”, è un aspetto a cui teniamo molto e in questo disco penso emerga bene.

Tre dei brani che più mi hanno colpita ed emozionata sono Appeso, Naira e Danny Il Greco. Vi va di raccontarci in poche parole qual è la loro storia?
Hanno storie molto diverse e se vuoi rappresentano anche un po’ le due anime del disco a cui facevi riferimento prima, quella più marcatamente “desertica” (Appeso e Danny) e quella più onirica (Naira). Appeso è uno degli ultimi pezzi che abbiamo scritto e credo rappresenti al meglio il sound che da sempre inseguiamo, motivo per cui lo abbiamo scelto come anteprima del disco. Naira e Danny Il Greco in comune hanno il fatto che entrambe sono una sorta di destrutturazione della classica “forma canzone” (strofa-ritornello) e se ti hanno emozionata mi fa doppiamente piacere, perché per noi rappresentavano un po’ una sfida.


Due titoli su dieci (più qualche riferimento qua e là) sono dedicati agli animali. Per voi anche loro fanno spesso parte della schiera degli ultimi?

Gli animali per noi rappresentano dei simboli per descrivere diverse condizioni umane, sono degli archetipi molto evocativi, per questo sono spesso presenti nei nostri testi. Poi, da un punto di vista puramente musicale, sono belli da cantare. Sicuramente anche loro fanno parte di quel microcosmo di cui ti parlavo prima, hanno sempre avuto un ruolo importante fin dal nostro primo EP (anche sulle copertine). La cosa abbastanza curiosa è che solo uno di noi ha un animale in casa (tra l’altro un gatto, l’unico mai citato nelle nostre canzoni). Ora che ci penso questa è quel genere storia che piace ai complottisti…


Che radici hanno la vostra musica e il vostro songwriting?

Sono radici piuttosto aggrovigliate. All’interno della band abbiamo ascolti differenti, però è indubbio che le coordinate che da sempre guidano il nostro suono sono da un lato l’Americana, soprattutto quella più oscura e di frontiera, dall’altro il cantautorato italiano degli anni ’70, anche se come visione della musica ci sentiamo molto legati anche alla scena indipendente degli anni ’90. Soprattutto nel modo di intendere l’indipendenza come un’attitudine – se vuoi anche politica – che va ben oltre le differenze di genere musicale. Roba che oggi sembra vecchia di cent’anni.

Se la vostra musica avesse un colore, quale sarebbe? E un odore? E un sapore?
Mi piacerebbe avesse il colore, l’odore e il sapore di uno scotch torbato.


Cosa rappresenta per voi il palcoscenico?

Crediamo molto nel palcoscenico e in quello che rappresenta l’aspetto live per una band, inteso come una dimensione totalmente differente dal lavoro in studio. Purtroppo è una cosa che secondo me si sta un po’ perdendo negli ultimi anni, un po’ per il mito della musica da “cameretta”, un po’ per l’uso massiccio di elettronica e sequenze che in studio sono sicuramente efficaci, ma spesso rendono il live asettico e troppo “pulito”. A noi piace ancora sentire il suono del ferro e del legno.

Quali sono i prossimi appuntamenti in cui potremo sentirvi in concerto?
Il prossimo è un appuntamento speciale: il 14 marzo all’Ohibò di Milano. Ci sarà ospite Giuliano Dottori, col quale stiamo preparando delle sorprese. Sarà divertente.

Condividi51
Tweet
+1
Condividi
Pin
51 Condivisioni