D’un tratto, fra introspezione e imprevedibilità – intervista a Eugenio Rodondi

Eugenio Rodondi è un cantautore torinese che ama moltissimo le parole. E’ appena uscito il suo terzo disco, D’un tratto, che parla di relazioni e di imprevedibilità. Per l’occasione abbiamo scambiato con molto piacere quattro chiacchiere con lui.

 

 

di Eleonora Montesanti

 

Eugenio, partiamo proprio dall’inizio: ti ricordi se c’è stato un momento preciso in cui hai capito che la musica avrebbe avuto un ruolo così importante nella tua vita?
La musica mi ha sempre accompagnato, molto, sin da quando ero piccolo. Non ricordo un momento preciso in cui ho capito che avrebbe avuto un ruolo così importante, credo che sia una di quelle cose di cui non posso fare a meno. Probabilmente è come un pesce che vivendo sempre in acqua non si rende conto di quanto sia importante stare nel mare fino a che non ne viene tirato fuori.

Citazione banale, ma necessaria: da piccolo cosa sognavi di fare da grande?
Da piccolo volevo fare tante cose. Mi appassionavo in maniera molto diretta a tante cose, soprattutto a questioni inerenti agli ambiti scientifici. Ho capito che mi sarebbe piaciuto suonare quando ho visto che con una chitarra potevo cantare le cose che scrivevo. Scrivevo poesie, filastrocche, soprattutto in adolescenza. Con la chitarra sono diventate canzoni, da allora non ho più smesso.

D’un tratto è il tuo nuovo album, il terzo del tuo percorso artistico nella canzone d’autore, ed è un viaggio musicale nel mondo delle relazioni. Credi che sia importante scrivere di ciò che si conosce (non tanto per farsi portatori di verità, ma della propria essenza)?
Non scrivo tanto per essere portatore di alcune verità, anche perché di verità ne ho ben poche. Mi piace parlare e scrivere di argomenti universali, cercando di descriverli guardandoli sotto punti di vista diversi, che non siano prettamente quelli della superficie. Quando entro in un argomento mi diverto e sento l’esigenza di svilupparlo con la mia visione. Diciamo che più che scrivere verità, descrivo i miei mille dubbi su alcune questioni. Quello del rapporto di coppia è un dubbio che mi porto addosso da molto tempo, perciò ne parlo.

Oltre al concept basato appunto sulle dinamiche della relazione di coppia, il disco si apre a due “sotto-temi”. Lato A e Lato B, infatti, affrontano l’argomento seguendo direzioni leggermente diverse. Ti va di raccontarcelo?
Il lato A lo definirei il lato della “trasparenza”, dei sentimenti positivi che sono tipici di una coppia nel primo periodo di conoscenza, in cui tutto è bello e fantastico, dove si investe sull’altra persona e ci si sente protetti da un rapporto a due. Il lato B è quello dell'”introspezione”, del rimuginare gli aspetti di coppia, di quanto un’altra persona possa essere in grado di modificarti, di mettere in dubbio una serie di valori che altrimenti non avresti mai preso in considerazione. La dinamica che mette in relazione questi due aspetti è il tempo.

D’un tratto è un titolo che mi ha colpito, perché presuppone che succeda qualcosa di repentino e inaspettato. Qui nel disco cosa rappresenta?
D’un tratto, come si vede anche nella copertina dell’album, rappresenta qualcosa che accade in maniera del tutto inaspettata, una scritta sul vetro di una macchina, che così come compare verrà cancellato in brevissimo tempo. Poi certo gli aloni della scritta rimarranno come rimangono i ricordi delle cose che succedono, ma è qualcosa che è passato e che non c’è più. D’un tratto oltre che essere il titolo del disco è il titolo di una canzone, che appunto è nata in un momento, credo sia la canzone che ho scritto più velocemente tra tutte quelle mai scritte, è uscita così, di getto, in una mattinata, ed ha cambiato tutto l’equilibrio dell’album. D’un tratto rappresenta l’imprevedibilità degli eventi, per quanto uno si possa organizzare l’esistenza, ci saranno sicuramente dei fattori che prima o poi ti faranno sbandare e cambiare rotta, è un’allegoria della vita.

I tuoi testi sono ricchi e ricercati. Quanto sono importanti le parole per te?
Per me le parole non sono solo importanti, sono proprio fondamentali. Spesso prima di addormentarmi la notte sono lì sdraiato sul materasso che rimugino e mastico alcune parole, un po’ affascinato dal significato, un po’ dal significante, alle volte ripeto dei versi fino alla nausea, fino a che non diventano insignificanti. Con le parole ci vivo, ci gioco, mi ci diverto e credo di dargli molto peso, e per me i testi nelle canzoni hanno un peso specifico più pesante di quello della melodia, a cui comunque non tolgo importanza, diciamo che sono l’ossatura e la muscolatura di un corpo, senza le ossa e i muscoli il corpo non starebbe in piedi, magari avrebbe una pelle bellissima e degli occhi dallo sguardo profondo, ma non starebbe comunque in piedi.

A livello prettamente musicale, invece, il disco è un dolce equilibrio tra pop, elettronica e canzone d’autore. Hai scelto di inserire anche alcune citazioni musicali che è molto divertente scoprire aguzzando le orecchie, poiché questo porta a prestare attenzione alla cura delle armonie delle canzoni. Com’è stato il processo di produzione artistica dell’album?
Il processo è molto semplice. Io arrivo con una canzone finita, testo e melodia sono indivisibili in questo corpo nudo, quello di cui parlavo prima. Poi arriva il produttore, in questo caso Nicola Baronti, che per evitare che questo corpo vada in giro nudo gli da un vestito, diciamo che io sono la mamma delle canzoni e Nicola è il sarto. Le citazioni per noi sono venute molto spontanee, tutta l’arte è fatta di citazioni, già il fatto di “cantare” una cosa che nasce come scritta è una citazione dei tempi più lontani. Da Omero ai “trovatori”, fino ad arrivare ai più contemporanei cantautori. Il pop è un tripudio di citazioni, i Beatles citavano i Beach Boys, Dylan citava Woody Guthrie, così come De Andrè citava Brassens e Cohen. Io ho citato palesemente molti artisti che sono entrati nel nostro DNA della musica, è un modo un po’ per ringraziarli, non tanto per farne plagio.

E a proposito di citazioni e ispirazioni, quali sono i dischi o gli artisti che ti hanno più ispirato durante la fase più creativa del disco?
Non saprei dirti con precisione quali siano stati gli artisti che mi hanno influenzato, di sicuro ci sono dei chiari riferimenti a Battiato e a Mark Lanegan (Bubble Gum è un suo disco da cui abbiamo rubato molto). Poi ci sono anche i The Beatles (per far dei nomi piccoli) e Italo Calvino, che con la musica c’entra apparentemente ben poco, ma che mi segue ogni qual volta butto giù delle parole.

Se la tua musica avesse un colore, quale sarebbe? Perché?
Sarebbe il bistro, un colore che arriva dalla fuliggine, dal fuoco spento. Quando si scrive una canzone è un po’ come se si bruciasse, come se si “ardesse di inconsapevolezza”. Quando la canzone è finita non resta che quell’odore di terra bruciata, ormai quello che avevi da dire l’hai detto, hai inscatolato tutto in un disco e con quel che ti rimane non puoi che farci del bistro, appunto. Poi la cenere concima, è anche un ottimo antiparassitario, dalla cenere a volte nascono cose ancora più belle di quelle che c’erano prima. E’ un po’ un augurio a far sempre di meglio.

E se ti dico futuro, cosa mi rispondi?
Rispondo come risponderebbe Bergonzoni. Dai pure un calcio al passato, basta che non rovesci il minestrone.

 

 

Per seguire Eugenio Rodondi, la sua musica e la sua attività live, tenete d’occhio la sua PAGINA FACEBOOK.

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