Gian Marco Basta: Quanto Basta vol3 – anteprima album + intervista

E’ uscito in anteprima esclusiva su Lamusicarock Quanto basta vol. 3, il nuovo disco del “cantattore tragicomico” Gian Marco Basta. Per l’occasione abbiamo fatto una lunga chiacchierata con lui, per conoscere meglio la sua arte e i bellissimi personaggi che popolano il disco.
Buon ascolto e buona lettura!

 

 

di Eleonora Montesanti

 

Quanto Basta vol. 3 è il terzo disco del cantautore bolognese Gian Marco Basta, registrato all’Underground Studio di Bologna e in uscita il 15 settembre 2018. Dieci brani che raccontano di storie marginali, di amori andati male e di vicende di varia umanità, dove il “cantattore tragicomico” delinea con ironia espressionista il proprio ritratto in musica.
Siamo lieti di ospitarlo in anteprima su Lamusicarock con due giorni di anticipo, insieme a una bellissima intervista che Gian Marco ci ha rilasciato per accompagnarci (e accompagnarvi) all’ascolto.


 

Qui potete ascoltare in anteprima Quanto Basta vol. 3 di Gian Marco Basta:

[TRACKLIST: 01. DON’T CRY ALLA CRAI / 02. VEGANO VEGANO / 03. VIA ALTASETA 3 / 04. ROBY PUMA / 05. IL MIO EGO E’ DIVENTATO UN LEGO / 06. VIDEOSLOT / 07. MEGLIO COSI’ / 08. IL MIGLIOR AMICO (TO LORENZO) / 09. DEVI RIFARE IL LETTO / 10. ACCALAPPIO CANI]

 


 

Qui, invece, potete leggere l’intervista.
Alla fine potrete scoprire anche i primi appuntamenti in cui sarà possibile andare a sentire Gian Marco in concerto!

 

Caro Gian Marco, ti va di raccontarci come è nato il tuo nuovo album, Quanto Basta?
L’album è nato dall’esigenza di “fermare in musica” i miei ultimi 2 anni. Non sono il primo a farlo, ovvio, ma il mio modo di intendere l’autobiografismo è simile a come lo intendeva Federico Fellini: uno smisurato elenco di bugie verosimili. Sia le canzoni intimiste, che quelle scritte in terza persona dove metto in scena i miei personaggi, nascono e mettono in luce una parte di me. Come un attore, quando mi esibisco, “indosso” i personaggi. Per spiegare meglio cosa intendo, vi propongo l’aneddoto che Dario Fo ha raccontato alla Libera Università di Alcatraz, nel marzo 2013: “L’attore è come quella persona che passa vicino a una scala con sopra un secchio di vertice e, inavvertitamente, urta la scala e la vernice gli cola addosso. La vernice è la maschera, il corpo è la chiave per raccontare di quella maschera”.

Le dieci canzoni che compongono il disco sono storie tragicomiche in cui il tuo punto di vista sa esaltare i dettagli e le sfumature più particolari. In che modo “scegli” i tuoi personaggi?
Sono i protagonisti delle mie canzoni a scegliere me! Da grande frequentatore di bar, ascolto le storie, osservo i movimenti, i tic, se quello davanti a me abbassa gli occhi o fissa intensamente il suo interlocutore, sia esso un uomo, un panino o un cantiere. Sono attratto dai non integrati, i “dis-integrati”. Voglio capire il perchè di una solitudine, la grande forza d’animo, le mascalzonate di un uomo capace di autodeterminarsi. Spesso queste persone sono capaci di costruirsi un ordine e una disciplina di azioni e pensiero da fare invidia a un comandante di battaglione.

Quanto Basta è pieno di riferimenti e citazioni culturali. Dal cantautore russo Vysotsky allo psichiatra Andreoli, passando per Ibsen e Genet. Dall’altra parte c’è una forte ispirazione nell’umanità semplice e quotidiana. Qual è il punto di contatto tra i due mondi? Potrebbe essere la bellezza?
Certamente, la bellezza è qualcosa che va molto in profondità, ben più di un profilo francese o una bocca madreperlacea. Mi è sempre interessato stringere rapporti con le persone e la realtà profonde, rapporti radicali, nel senso di radice: due radici che si uniscono una all’altra, dentro la terra, non tolgono nutrimento alle rispettive piante, ma sanciscono un’alleanza che dura il tempo dell’assalto di agenti patogeni esterni. Un cattivo ambiente dove si vive distrugge tutto, dalla piante ai rapporti umani (declinabili in famiglia, amicizia, amore).

Ti prego, raccontaci qualcosa di più su Roby Puma, il “matto di Bellaria” a cui hai dedicato una canzone…
Roby Puma è stato per trent’anni il personaggio più strepitoso della località balneare di Bellaria-Igea Marina (Rimini). Non mi piace il termine “personaggio”, ma si addice molto bene al Puma, visto che ha rappresentato la fusione migliore tra persona-personaggio che abbia mai visto. Incapace di fingere in quanto folle, nei suoi cento e passa chili di amore verso la vita, si posizionava imperterrito sulla panchina davanti alla sala giochi Sport (la sala giochi di mio nonno Tonino) e lì, con chitarra elettrica, parrucca e radio, alzava il sipario sul suo concerto. I bellariesi non solo lo tolleravano, ma la sua stravaganza attirava i turisti, perchè ogni giorno se ne inventava una. Il suo vero e proprio “atto unico” in cui, vestito da Dottor Morte, faceva le corna con tutte e due le mani sotto il monumento del Milite Ignoto, è entrato nella memoria collettiva. Mi ha ricordato molto l’inizio di “Luci della città” di Chaplin, quando la giunta comunale inaugura un monumento e, levato il telo, trovano Charlot che sta dormendo tra le braccia della statua.

A parte le canzoni più intimistiche, c’è un personaggio tra quelli del disco che ti somiglia più degli altri?
Il protagonista di “Accalappio cani” lo sento molto vicino a me. E’ una storia sbilenca e tragicomica come spesso sono le storie di questi dis-integrati: sul punto di suicidarsi da un ponte, il vento gli sbatte in faccia un foglio che gli cambierà la vita. Trova scritto: “Ho perso il mio chiwawa, 3000 euro a chi me lo riporta”. E cosi ha di nuovo uno scopo nella vita: agguantare questi soldi, cercando di trovare un cane il più possibile somigliante alla foto. Le mie canzoni sono piene zeppe di “deus ex machina”: nella canzone “Videoslot”, un ipovedente che si è giocato tutta la pensione di invalidità alle slot machine trova rifugio per la notte in un cassonetto ma è inverno e muore di freddo. Così va in paradiso, e incontra San Pietro che non solo gli offre due occhi nuovi di zecca ma anche 1000 euro, prima di rispedirlo sulla Terra. Appena “resuscitato”, eccolo di nuovo alle slot machine, con i soldi che gli ha dato San Pietro. Testardi, testardi e liberi, ecco come sono i miei personaggi.

Quanto Basta è il tuo terzo disco da cantattore, ma nel tuo percorso artistico c’è anche la poesia. Qual è la differenza più grande tra lo scrivere una poesia e una canzone?
L’unica differenza tra poesia e canzone è proprio quella più appariscente: la linea melodica e l’ipnosi della musica, due fattori che creano una ulteriore dimensione, potentissima, oltre il testo stampato. Carmelo Bene diceva che la poesia è il morto orale. Mi trova perfettamente d’accordo: dal 2006 al 2010 ho girato il nord Italia proponendo reading di poesia, accompagnato dal chitarrista jazz Joseph Circelli. Stavo facendo i primi passi verso il “Teatrino di Basta”, lo spettacolo di teatro-canzone che tuttora porto in giro. Ma mi accorgevo che il pubblico non riusciva a reggere una lettura per più di mezz’ora, così ho deciso che le mie storie dovevano avere un maggiore respiro e ho iniziato a comporre canzoni.
La poesia dei grandi poeti, in primis Jorge Luis Borges, Giorgio Caproni, Dylan Thomas, arriva a una profondità che il testo di una canzone obiettivamente fatica a raggiungere. Se però quelle 50, 60 parole di una canzone si abbracciano a doppio filo con la melodia e con l’arrangiamento che incalza, ecco che possono diventare spine irritative pesanti e scuotere l’ascoltatore come una maracas.

Qual è, secondo te, il ruolo della canzone d’autore (e di conseguenza quello dei cantautori) nell’attualità?
Il ruolo della canzone d’autore è quello che è sempre stato, già da quando la si chiamava “canzone popolare o dei cantastorie”: raccontare la realtà, che sia semplice descrizione oggettiva di una vicenda (e in questo sono insuperabili le canzoni del filone della mala milanese, quelle di Strehler, Fo, Svampa e Della Mea per intenderci) o descrivere gli anfratti della mente umana, quel “sottomondo” interiore che ha un contatto più o meno diretto col circostante, l’ambiente della città e le vicende politiche contemporanee. Il cantautore e amico Salvo Giordano ha detto di me che sono il cantautore più “politico” che abbia mai incontrato, perchè racconto “della città, di individui e di bollette da pagare”. Mi piace come definizione.

Quali sono i tre cantautori che ti piacerebbe venissero insegnati a scuola?
Dipende dalla scuola: a una classe di scuola media difficilmente proporrei Paolo Conte, mentre alle superiori vedrei bene lo studio (ah, che orrore questa parola) o meglio la lettura dei testi di Enzo Jannacci e Piero Ciampi. E, appunto, Paolo Conte. Ci vorrebbero tredici pagine per elencare i motivi della scelta di questi tre artisti, mi accontento di dire che i primi due sono stati l’argomento della mia tesi di laurea: Enzo Jannacci della laurea specialistica al Dams, e Piero Ciampi della tesi di laurea magistrale in Italianistica. Tra l’altro entro i prossimi 2 anni concluderò il “post lauream” e mi ritroverò professore di ruolo di Italiano e Storia in una scuola superiore di Bologna. Così tutti potranno dire: “Basta ha copiato Vecchioni che è prof e cantautore”. E io gli risponderò: “No, ho seguito l’esempio di Fabio Fanelli, anche lui cantautore”. Si va avanti per maestri nella vita!

Cosa rappresenta per te il palcoscenico?
Il palcoscenico è il luogo dove mi sento più a mio agio. E’ la mia “comfort zone”, dove c’è la giusta distanza, la giusta luce, dove posso dire: bene, ora potete giudicarmi, ora vi porto un’ora e mezza a braccetto con me, e mi seguirete perchè conosco ogni trucco per farvi godere. Ma la gente non aspetta che un tizio salga sul palco per giudicarlo: la cosa più snervante degli spettacoli è il prima e il dopo, dover parlottare un po’ con tutti, dimostrarsi affabile, spensierato, sempre curioso, quando molto spesso hai i tuoi pensieri e trovarti abbracciato ad un omaccione di provincia con l’avambraccio peloso e sudato, non era il tuo obbiettivo di fine serata. Altra cosa sono i viaggi in macchina col pianista verso i locali: lì mi diverto come un matto. Il Maestro Claudio Giovannini è la persona che più mi conosce e abbiamo una sintonia fuori dal comune. Come si dice a Reggio Emilia quando si parla di due amici per la pelle: “Ehi, ma quei due hanno proprio il filo della polenta”.

Quali sono i prossimi appuntamenti live in cui è possibile venire ad ascoltarti?
Ho appena confermato tre serate teatrali a Bologna, una più bella dell’altra: il 6 ottobre al Factory Teatro, il 26 ottobre al Teatro del Navile (il teatro fondato da Lucio Dalla) a cura di Nino Campisi, e il 9 novembre al Teatro del Circolo Ufficiali. In questo periodo sto organizzando il tour autunno-inverno di presentazione del disco che mi vedrà impegnato in diversi club e locali italiani. Tra le date già confermate: al Macondo Bibliocafè di Bergamo, al Bastian Contrario di Parma, a L’Angoletto Bistrot di Fabriano, il Wino di Catanzaro, al Birrificio Mazepegul di Civitella di Romagna, alla Fucina 209 di Granarolo e al Birrovia di Cuneo.

 

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