La Recensione Domandata – Diodato ci racconta “Cosa Siamo Diventati”

“Cosa siamo diventati” è il nuovo album di Diodato, album che ci porta a viaggiare in un bellissimo percorso emotivo fatto di separazione e speranza. Una somma di sentimenti sinceri, che raggiungono l’ascoltatore e lo spingono a guardarsi dentro e a lasciarsi il dolore alle spalle.

Abbiamo incontrato Diodato per scrivere insieme la recensione domandata di “Cosa siamo diventati”.

“Cosa siamo diventati” è un titolo che fa pensare ad una trasformazione. Di che trasformazione ci parli nell’album?
È una trasformazione interiore, emotiva ma anche una presa di coscienza, un piccolo viaggio dentro un vissuto che porta inevitabilmente a delle metamorfosi, a dei cambiamenti ma anche alla consapevolezza d’aver vissuto qualcosa di importante.

È un album autobiografico?
Direi di sì, quasi tutti i brani parlano di qualcosa che ho provato in prima persona.

Qual è il filo conduttore che lega i brani?
Non volevo scrivere un concept album e non lo è, ma sicuramente tutti i brani contengono il mio sguardo, su e dentro me stesso, ma anche su ciò che mi ha circondato. 

Ho letto che scrivere questo disco è stato a volte doloroso per te. Quali sono i brani che ti sono costati più fatica a livello emotivo?
“Uomo fragile” è sicuramente uno di questi, ma anche la stessa “Cosa siamo diventati”. Sono brani che mi riconnettono con un nucleo emozionale, con delle sensazioni molto forti, ma volevo fosse così ovviamente, nessuno mi ha costretto a farlo. 

Chi ha collaborato con te alla realizzazione dell’album?
La mia famiglia musicale. È composta dalla band che mi segue sin dal primo album: Daniele Fiaschi alle chitarre, Alessandro Pizzonia alla batteria, Danilo Bigioni al basso e Duilio Galioto alle tastiere. 
Alcune batterie sono state registrate da Fabio Rondanini, batterista degli Afterhours e dei Calibro 35. In tre brani c’è anche la collaborazione del GnuQuartet che ha registrato archi e flauti. 
La produzione artistica è sempre di Daniele “ilmafio” Tortora.

La composizione dell’album è stata realizzata in vere e proprie sessioni live, di cui poi hai voluto mantenere l’intensità durante la fase di produzione. La tua scelta è un po’ in controtendenza rispetto a ciò che viene pubblicato ultimamente. Come mai hai deciso di intraprendere questa strada?
Perché mi piace molto la dimensione live, la tensione che ne deriva, l’unicità di ogni registrazione, un momento particolare cristallizzato e che rivive ad ogni ascolto. Volevo che il disco fosse caldo, vero, talvolta spigoloso, come quel che racconta.

A proposito delle registrazioni del disco, so che “Cosa siamo diventati” è nato in un luogo molto particolare, una casa appartenuta  a Renzo Arbore. Ci racconti qualcosa di questo luogo e se in qualche modo ha influenzato l’album?
È una sorta di luna park che contiene molte delle collezioni di Arbore. In un luogo così non potevamo che sentirci a casa. Migliaia di vinili, flipper, jukebox e oggetti stravaganti. Nei momenti di stanchezza giravamo alla ricerca della “chicca del giorno” e questa cosa ci è spesso servita per riprendere fiato, rigenerarci.

Per concludere, la domanda che dà il nome alla nostra rubrica. Se fossi chiamato a recensire il tuo album, quali aspetti metteresti maggiormente in luce?
Ho cercato d’essere il più possibile sincero, non solo nei testi ma in tutte le scelte artistiche. Non c’è stato calcolo, solo la volontà di farsi rappresentare il più possibile da suoni e parole. Spero si senta.

Recensione Domandata a cura di Egle Taccia