Pupi di Surfaro: Nemo profeta – la recensione

Il nuovo album dei siciliani Pupi di Surfaro ha un animo sorprendente e spregiudicato che, da qualche parte tra il folk, il rock e lo sperimentalismo, grida a gran voce l’impossibilità di trovare una verità assoluta.

 

 

di Eleonora Montesanti 

 

Non avevo mai ascoltato un disco che si proclama contro la verità. E’ curioso, infatti, il fil rouge che unisce le nuove tracce del nuovo bellissimo lavoro dei Pupi di Surfaro, poiché la maggior parte delle persone passa tutta la vita a cercare la Verità, nella fede, nella società o dentro a se stessi, anche a costo di regalare la propria ideologia ai falsi profeti. 
I Pupi di Surfaro, infatti, è proprio loro che condannano: le nove tracce che compongono Nemo profeta sono dissacranti e provocatorie e affrontano temi molto importanti quali la guerra, la religione, le conseguenze dell’ignoranza, eccetera. A livello prettamente sonoro è difficile identificare uno stile musicale, ma sinceramente durante l’ascolto non viene nemmeno da chiederselo. L’animo è sperimentale, aperto alla contaminazione, tra suoni e rumori, antico e moderno, acustico ed elettronico. Ciò che spicca sono di certo i significati e i suoni delle parole, vale a dire il tassello più importante di questo puzzle cosmopolita. Le canzoni, infatti, sono in dialetto siciliano, italiano, inglese, mandingo-senegalese, sardo-ligure. Quindi, se proprio vogliamo dar loro un’etichetta, viene sicuramente da pensare alla world music.

Entrando più nello specifico, il disco si apre con Li me’ paroli, brano che da subito dichiara le intenzioni dell’intero concept album: non aderire agli ideali di mediocrità e identicità che ogni giorno la società ci impone. ‘Gnanzou, invece, è un brano che vede la partecipazione del musicista senegalese Jali Diabate e affronta in maniera molto originale – si basa su un tema stilistico tipico di un canto che si faceva durante la pesca del tonno in Sicilia – la tematica dell’immigrazione e delle stragi del Mediterraneo. E a proposito di originalità, Donkey style è un esperimento in cui la lingua di base è l’inglese, ma il suo scopo è soprattutto onomatopeico, in quanto vuole assomigliare al suono del marranzano (lo scacciapensieri). Soldatino, poi, è un pezzo costruito su uno schema di canti fanciulleschi della canzone popolare e, a partire da questa semplicità emotiva, riesce a trattare un tema complesso e angosciante come la guerra. 

Nemo profeta volge verso la chiusura con due pezzi molto belli, tra i più interessanti dell’album, in cui si incontrano due aspetti opposti della religione. Il primo è L’arca di Mosè, il quale nasce in un’atmosfera surreale, tra filastrocche e profezie bibliche, e descrive l’umanità nella sua fragilità e imperfezione. Soffio dell’anima, di contro, è un brano etereo, che si apre all’aspetto più ampio della religione, distaccandosene: la spiritualità. 

In generale, Nemo profeta è un album travolgente che sembra perennemente in trasformazione. Ce ne fossero, di slogan contro la verità come questo disco, che ci ricorda che l’ignoranza ammazza la libertà. Lunga, lunghissima vita ai Pupi di Surfaro.