Michele Cristoforetti: Muoviti – la recensione

Muoviti, album di inediti del trentino Michele Cristoforetti, è un’opera che deve molto alla melodia italiana d’autore, ma che regala sfumature intime e agrodolci.

 

 

di Eleonora Montesanti

 

Mentre si ascolta Muoviti, il nuovo disco di inediti dell’artista trentino Michele Cristoforetti, viene subito in mente la tipica melodia italiana d’autore, quella che ha fatto la storia di Sanremo, oppure, se amalgamata a qualche sfumatura rock and roll, quella su cui Vasco Rossi ha costruito tutta la sua carriera musicale. Ecco, sì, la seconda cosa che viene in mente ascoltando i dieci brani che compongono l’album è che c’è qualcosa che somiglia troppo a questo mondo qui e che va a discapito di un’identità artistica precisa. 
O meglio, non è necessario che ogni artista porti alla musica qualcosa di rivoluzionario, ma è giusto che ognuno cerchi senza mai fermarsi una dimensione che sia solo sua. Non so se Michele Cristoforetti l’abbia trovata nello stile melodico di questo album, che naturalmente a livello di vocalità e contenuti è molto più personale, ma gli auguro di trovare un’identità più stabile e meno stabilizzata in un genere che già di per sé suona vecchio e patinato. 

Entrando più profondamente nelle tracce, comunque, ci sono due cover molto ben fatte e sentite che vale la pena di segnalare: La storia siamo noi di De Gregori e Gente metropolitana di Bertoli. Tra gli otto inediti, invece, colpiscono Antologia del viaggio per essere un percorso di suoni, colori e immagini; Muoviti per essere un richiamo a compiere delle scelte; Capita che (per me la migliore del disco) per essere così intima e delicata nell’affrontare una tematica come la dipendenza; Sigaro Cubano (in cui le chitarre vengono suonate da Maurizio Solieri – storico chitarrista di Vasco Rossi) per la sua allegra ricerca della felicità nelle piccole cose. 

Insomma, nonostante l’impatto non sia troppo promettente, Muoviti è un disco che merita più di un ascolto per essere percepito appieno.