Il Management del Dolore Post-operatorio torna col nuovo “Un incubo stupendo” – La recensione

“Un incubo stupendo” è il quarto album ufficiale del Management del Dolore Post-operatorio, che vede la luce a due anni dal precedente “I Love You”.

Pubblicato per La Tempesta e prodotto interamente dal chitarrista Marco “Diniz” Di Nardo, è un lavoro che finalmente potrebbe rendere il giusto merito alla band abruzzese, forse un po’ sottovalutata in questi anni.

Abbandonata la rabbia e gli eccessi del precedente, il duo Romagnoli-Di Nardo, coadiuvato dalla band IMuri, che viene a comporre la nuova formazione live, si muove su sonorità che ci portano verso quella scena britannica degli anni ’90-2000, epoca in cui impazzavano le chitarre dei Franz Ferdinand e degli Arctic Monkeys, mentre dagli USA risplendevano gli Strokes. Non ci sono dei riferimenti espliciti a quel periodo, ma l’album ne riporta quell’attitudine funk dai tratti post-punk revival, che viene abilmente appoggiata su un’elettronica sussurrata, che sposta il tiro verso la new wave. Insomma, il Management con questo lavoro ha sapientemente miscelato ciò che aveva fatto con McMao e I Love You, modernizzando il tutto con varie interessanti sperimentazioni. Bisogna davvero dare un dieci e lode a Di Nardo per la parte strumentale del disco, che vede come vera protagonista la sua chitarra, inserita come una seconda voce, una seconda linea melodica, che fa da splendida cornice ai versi di Romagnoli, a discapito della batteria, che viene messa un po’ in ombra.

Come una contrapposizione all’odio e alla rabbia sviscerati in “I Love You”, quest’album parla d’amore, di un amore però diverso da quello che ci raccontano le radio, come ci spiegano in “Ci vuole stile” (uno dei pezzi più riusciti del disco); di un amore con un atteggiamento un po’ dandy, sviscerato con la sincerità crudele dei bambini. Si parla di amore per la vita, quello del vivi oggi, che domani non si sa come andrà; di quello per se stessi, che ci spinge a tagliare i rami secchi e a voltare le spalle a un passato che non ci appartiene più. È un tutto qui e adesso, una fine che prefigura un nuovo inizio, una frenetica attesa che il vento arrivi per farci spiegare le ali, magari andando lontano da quello che siamo stati finora. I personaggi tratteggiati in questo incubo stupendo sono matti, sono persone che vogliono stare sopra le righe del conformismo vuoto, che ci vede confinati in un mondo dove sincero equivale a pazzo e dove la vita deve essere considerata una semplice anticamera della morte. In questo incubo l’amicizia ha la meglio sull’amore, il coraggio uccide la rassegnazione. La rabbia che ha da sempre contraddistinto la band non è più fine a se stessa, ma incanalata verso la realizzazione dei propri obiettivi e della consapevolezza di sé.

Sono stati abilissimi a scegliere i singoli, con la poetica straziante di “Naufragando”, l’ autodedica “Un incubo stupendo”, la trepidazione de “Il Vento” e per finire “Esagerare sempre”, celebrazione delle loro notti folli con gli amici. Altri brani da segnalare sono: “Una canzone d’odio”, che va a collocarsi tra i pezzi ideali da dedicare a chi vogliamo abbandonare per sempre, una “Buon appetito” di Dente in puro stile MaDe DoPo; “Il mio corpo”, dove ritroviamo l’attitudine strumentale di “Auff!!” e “Visto che te ne vai”, la cui originalità conquista.



“Un incubo stupendo” rappresenta una bella tappa nel percorso di crescita della band, che ha anche condito la presentazione del disco con dei video bellissimi, come quelli di “Naufragando” e “Il Vento”.

Al Management a questo punto non resta che scrollarsi di dosso il marchio di band dall’atteggiamento punk e casinaro e continuare sulla strada intrapresa con i brani più sentiti e poetici come “Naufragando”, che gli renderanno il meritato rispetto nel panorama alternativo, e, perché no, anche tra il grande pubblico.

Egle Taccia