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Published on ottobre 6th, 2010 | by bilbo

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X-Factor: musica e arte nella democrazia della mediocrità



Da qualche giorno a questa parte, vittima di alcuni malanni di stagione, mi capita di trascorrere in casa intere serate. L’evento in sè è una cosa rara. Per un motivo o per un altro infatti, erano davvero molto tempo che non mi capitava di trovarmi su di una poltrona, pronto a vivere le emozioni del prime time televisivo. Con rassegnata curiosità, decido di seguire ciò che programmazione e controprogrammazione m’impongono di seguire. Il martedì è la serata di X-Factor.
Scettico della prima ora, polemico per indole, confesso che l’approccio non è stato dei migliori. Trovo uno spettacolo inutilmente entusiasmante il carrozzone dei talent. Un meccanismo capace di centrifugare prodotti discografici da scongelare al microonde e servire tiepidi sul mercato, se l’han televotato compreranno anche il disco no? Un piccolo morso del grande pubblico, quanto basta a realizzare un utile, necessario ad investire su colui che potrebbe diventare il prossimo vincitore del festival di San Remo. Tanto l’anno prossimo si ricomincia. Su di una giostra che di questo passo, rischia di far venire il vomito ai più.
La voglia di cambiare canale è subito tanta. Però Elio è li seduto, vestito da Giuseppe Verdi, decido di fidarmi.
Ciò che subito mi salta all’occhio, è il rapporto fra canzoni e chiacchiere. Oggi si esibiscono otto ragazzi. Ognuno canta un pezzo riarrangiato (e anche su questo ci sarebbe molto da discutere, una canzone di quattro minuti, arrangiata per due, è ancora la stessa canzone di prima? Ha lo stesso significato?) per essere suonato in due minuti. Otto per due uguale sedici. Sedici minuti di musica suonata e cantata, per uno show che comincia alle 21.15 e si conclude a mezzanotte inoltrata. Il dato è riguardevole, considerando che si tratta di un programma musicale. Aveva in proprorzione più stacchetti musicali Passaparola di Jerry Scotti.
Dopo un pò capisco che lo spazio rieservato alla musica è ancor meno. Tralasciando il fatto che le basi musicali sembrano più alte delle voci dei cantanti stessi (spesso mi è risultato difficile ascoltarli),le esibizioni si accompagnano a coreografie elaborate, giochi di luci, proiezioni, insomma sono delle vere e propre messe in scena, in cui anche il gesto di ribellione (uno fra i cantanti è corso giù dal palco per srotolare uno striscione) è prestabilito, concordato e finalizzato a rientrare in un habitus. Quanto conta tutto ciò è sottolineato dai giudici stessi del programma (Elio, Mara Maionchi, Anna Tatangelo ed Enrico Ruggieri), che spesso ne citano il valore artistico, all’interno del loro giudizio.
Il palco diventa quindi un luogo in cui la sovrastruttura ha ancora una volta la meglio a discapito dei contenuti, così come vuole l’industria discografica in questo momento. Buffo pensare che da anni li sentiamo lamentarsi dello stato di crisi. Per un attimo mi viene in mente un concerto degli Oasis. La teatralità toccava l’apice quando Liam lanciava in aria il tamburello, guardandolo poi cadere sul palco. Sicuramente il mio momento dello show preferito, di gran lunga superioriore rispetto a quando, lo stesso Liam, si portava il tamburello dietro la testa a mo di aureola. Eppure a distanza di non so quanto tempo “Live Forever” la cantavano ancora tutti a memoria. It’s only rock’n'roll.
Arrivo alla conclusione che sia normale: la tv è lo specchio della società e il talent riflette l’impazienza e la velocità con cui si caratterizza la nostra, questo ci può anche stare. Dicono. Non capisco però come si possa pensare che ciò possa arricchire il panorama della musica italiana, ed internazionale (ognuno ha i suoi X-factor).Penso a quanti artisti si vedano sbarrata la strada da questi meccanismi, penso a quanti pochi artisti degni di tale nome, sono riusciti ad imporsi da quando la democrazia della mediocrità, il televoto, detta le proprie regole anche alla musica e alla sua arte.
Mi immagino come avrebbere reagito Kurt Donald Cobain di fronte al giudizio di un giudice, se Freddy Mercury avrebbe mai accettato di lasciare che i giudici sperimentassero per lui percorsi vocali, ma soprattutto mi chiedo se questi immensi personaggi sarebbero mai stati in grado di cambiare la storia della musica, e non solo, se si fossero trovati costretti a giocare con le regole di oggi.
Mi rendo conto che il quesito è inutile. Ognuno vive nel tempo, e le sue azioni sono figlie del mondo in cui vive. Forse anche con queste regole qualcuno la storia della musica, e non solo, riuscirà comunque a cambiarla. In meglio?
E’ l’ultima cosa che mi domando.

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